20. PigPrints

Nei periodi di difficoltà, quando le cose vanno male -e oggi le cose vanno male un pò ovunque e malissimo in Italia- si tende a chiudersi in se stessi, ad occuparsi solo dei propri affari, vivendo nel costante timore che quel poco che si ha ci venga sottratto. E’ in questi tempi che ci si preoccupa, nell’illusione di star meglio, unicamente del proprio benessere, e si percepisce ogni opportunità come l’ultima spiaggia per uscire dall’anonimato. Si ha appunto un atteggiamento opportunistico, nei confronti del lavoro, delle relazioni sociali, del quotidiano in generale. Questo quando invece servirebbe fare cose insieme, stimolarsi a vicenda e unire le forze in progetti dei quali dovremmo essere noi stessi a decidere il valore, in primis in base al grado di soddisfazione e di libertà che ne traiamo, al piacere di lavorare con altri e godere di quel qualcosa di bello che ne deriva, al sentirci fedeli a noi stessi ecc. Oltre, ma non principalmente, che in base al responso del pubblico al quale ci rivolgiamo. Esattamente in controtendenza con quanto avviene oggi dove senza la benedizione e l’approvazione “dall’alto” non sembra esserci la possibilità di esistere.

Nel 2001-2002, non mi pare che i tempi fossero tanto migliori rispetto ad oggi, agli albori del web per tutti, mi inventai un progetto chiamato Fatpencil. Era un sito web che raccoglieva un gruppo di disegnatori con l’obiettivo principale di vendere i propri disegni originali su internet, ma anche di discutere attraverso un forum, presentare interviste ecc. Insomma di contribuire a far uscire la professione dell’illustratore da una situazione -nella quale mi pare si trovi ancora oggi- di scarso riconoscimento sociale ed economico, per dargli una dignità pari ad altre discipline, come il design, l’architettura, le arti “serie”, dove esiste un dibattito teorico intorno allle problematiche di una data disciplina in relazione al mondo contemporaneo.

I tempi forse non erano maturi, non si parlava ancora, almeno in Italia, di blog, dimensione che avrebbe aiutato molto, e la cosa non andò tanto bene, tra l’indifferenza di molti e i fraintendimenti tra i pochi che qualcosa facevano. L’idea di una “comunità aperta” probabilmente era utopistica. Negli anni seguenti, deluso dall’esperienza, avevo deciso di limitarmi ad essere un “one man band”, di lavorare su cose e progetti che avrebbero -eventualmente- beneficiato solo me stesso, e soprattutto di non dedicare il mio poco tempo e  know-how a vantaggio di altri senza avere niente in cambio.

Tuttavia in questi anni un pò di brace ha sempre continuato a covare sotto la cenere e non mi sono rassegnato all’idea che ognuno debba fare solamente per sè, che i ruoli debbano rimanere distinti e che i colleghi debbano considerarsi solo come dei concorrenti.

Lo scorso anno a seguito della lettura di un articolo pubblicato su Internazionale, avevo lanciato un’iniziativa chiamata “Guido Pigni ha 100 veri fans?”. Non sto a riassumerla, si può andare a vedere il post nr 5 di questo blog per sapere tutto. Fatto sta che ero di nuovo dentro a una filosofia di pensiero alla quale credo da sempre e cioè che se puoi coltivare e vendere direttamente i tuoi pomodori (o patate o zucchine, come si preferisce) a qualcuno che ti conosce e sa come sono coltivati alla fine è meglio per tutti, tanto in termini di soddisfazione quanto economici. L’iniziativa ha avuto un discreto riscontro, non stupefacente ma nemmeno irrisorio -entrambe erano possibilità, una auspicata l’altra temuta- e questo mi ha dato la fiducia per credere in un rilancio dell’idea.

Ho dunque valutato che valesse la pena di provare a creare delle edizioni di grafica coinvolgendo altri artisti, dando loro la possibilità di mettersi in gioco in qualcosa di diverso, soprattutto per chi frequenta gli asfittici territori dell’illustrazione, e di venire pagati per questo. Su questo ultimo punto, l’importanza di essere ricompensati per quello che si fa (e il “dovere” di farlo da parte del committente), tornerò in chiusura di questo post.

Ho dunque contattato Franco Matticchio, che secondo me è il miglior disegnatore in Italia (e se mi chiedete un nome che stia al suo pari, anche non in Italia, non me ne vengono in mente) e gli ho chiesto se voleva partecipare al progetto. Gli ho quindi mandato, nel luglio scorso, due piccole lastre di zinco preparate per l’acquaforte. Dopo un paio di settimane Franco mi ha riportato le lastre incise con due disegni, diversi tra loro ma entrambi molto belli. Devo dire che al momento di mettere le lastre in acido ero un pò preoccupato, avendo fino ad allora lavorato sempre e solo a cose mie personali…..ma alla fine tutto è andato bene e tra agosto e settembre ho stampato 99 copie per ciascuna lastra: le prime due pigprints.

A questo punto, per non riscrivere tutto, per chi volesse sapere del progetto in concreto rimando al documento che ho inoltrato nei giorni scorsi: http://www.guidopigni.com/media/downloads/pigprints.pdf

Tornando a ciò che sta dietro a questa iniziativa, qualche settimana fa su Casamica del Corriere della Sera, uno di quei contenitori di pubblicità allegati ai quotidiani, leggevo un articolo a firma Luigi Cecchetto dal titolo “Il design illuminato. Imprenditori di se stessi per tornare a produrre oltre che consumare” dove si diceva tra l’altro:

Tutti possiamo essere mecenati. Il mercato e la rete globale ci mettono nella condizione di scegliere i prodotti in base alla loro valenza artistica, etica, culturale, sociale. Da tempo con le nostre scelte incoraggiamo i piccoli agricoltori e i produttori di alimenti sani, legati a un territorio, così come gli editori indipendenti di musiche e libri.

Oggi è più facile scegliere anche prodotti per la casa e oggetti di design, costruiti e venduti dallo stesso progettista che li ha ideati. Da persona a persona, senza scorte e senza scarti, con la qualità dell’industria ma con l’anima dell’identità locale, dell’unicità o dell’imperfezione manuale. Compri un mobile o una lampada e sai il nome e il cognome di chi lo ha fatto, di chi te lo vende e di quell’essere umano apprezzi la fatica, il talento, l’originalità, la tenacia e sei contento di aiutare lui e il suo gruppo di lavoro.

Nell’articolo in questione si parla di designer, ancora pochi, che preferiscono progettare, far realizzare e vendere direttamente e col proprio nome anzichè investire faticose energie per convincere un marchio grande o piccolo a produrre un oggetto, un mobile o una poltrona. Ma questo discorso ovviamente si può applicare a molti altri campi della ricerca e della produzione, in special modo a quelli legati ad esperienze creative. Non per niente mi sono sentito, e con piacere, come se l’articolista avesse usato parole che avrei potuto dire io stesso.

Devo dire che ogni volta che vengo a conoscenza di queste esperienze ne sono molto felice. Sento di non essere l’unico, non solo che la vede e la pensa così, ma che crede che i tempi siano maturi perchè questo modo di proporsi si possa diffondere a macchia d’olio. Non voglio dire con questo che nel “mainstream” non ci sia del buono: lavorare con produttori, editori, galleristi che conoscono il loro mestiere ha sicuramente dei vantaggi, pensiamo solo al problema di distribuire qualcosa una volta creato. Una cosa per me importante, e che cerco sempre di ribadire, è che non credo si debba lavorare contro un sistema dominante. Questa di solito è una posizione di quei rancorosi particolarmente radicali nella loro critica verso il “sistema”….fino al momento in cui non vengono accolti a farne parte. Credo invece che si debba agire e lavorare a prescindere da questo o quel sistema, quindi non pensando che o ne fai parte o non ci sono possibilità alternative, ma semplicemente andando avanti con quel che ci pare cosa buona e giusta relativamente alle nostre scelte e ai nostri desideri, alle nostre volontà e al nostro impegno. Ora se nelle arti più o meno applicate si è arrivati al punto di dire “preferisco far da solo” è perchè, soppesando tutti i pro e i contro, i pro nel far da sè superano di gran lunga i contro. Anche a livello economico.

E qui tocco un’ultima questione, quella del ritorno economico di quello che si fa. In Italia manca una vera e propria industria culturale indipendente. A differenza di altri paesi dove se, per volontà o altro, si lavora con piccole realtà non mainstream, ci si trova comunque in un sistema organizzato che “fa sul serio”.  In Italia al contrario queste realtà o non esistono o faticano ad emergere. Per diversi motivi (che sarebbe troppo lungo affrontare qui) si fa sempre un pò tutto tra amici e ci si vergogna quasi a chiedere di essere pagati perchè il piccolo editore, la casa discografica indipendente ecc. non rientreranno mai dei costi sostenuti, quindi la forma di pagamento principale rimane tutto sempre un pò un do ut des. E questo non va bene perchè l’artista dovrebbe poter campare del proprio lavoro con un’alternativa oltre a quella di essere tra i pochi che per bravura, fortuna o altri fattori meno nobili riescono a salire sulla nave e a partecipare al banchetto.

Io, quando ho pensato alle Pigprints ho messo in chiaro, per prima cosa con me stesso, che chiunque si fosse prestato a dare il suo contributo artistico per le  mie edizioni sarebbe stato pagato, a costo di perderci io. Per il futuro spero di riuscire a dare un anticipo a coloro ai quali chiederò di creare una Pigprint. Per male che vada, questo lo sto già sperimentando, i “miei” artisti con il lavoro di un disegno introietteranno più di quello che un editore (soprattutto quelli cosìdetti “indipendenti”) sarà disposto a pagarlo per illustrare un libro intero. Può sembrare incredibile ma è così. E allora, se così è, viene veramente da pensare che c’è qualcosa di sbagliato nel sistema economico attuale e che insistere nel perseguirlo non porti benefici a nessuno.

E’ chiaro che perchè questo discorso vada nel concreto da qualche parte il contributo dei “Fans”, a partire (ma senza fermarsi lì…) da un’adesione “filosofica”, è fondamentale. Non ricordo nei supermercati di quale paese anglosassone i prodotti locali portavano un’etichetta con scritto qualcosa tipo “buy local and keep your country at work”. Parafrasando questo messaggio potrei dire “buy a Pigprint and keep an artist at work”.

Franco Matticchio- "Lady Jane e l'elefante", acquaforte

 

19. Pigpoetica

Riporto qui di seguito l’affettuoso testo di Luigi Raffaelli a presentazione della mostra “la solitudine della giraffa e altri racconti”, in corso alla galleria Artesucarte di Modena (fino al 4/12/2010)

PIGPOETICA

di Luigi Raffaelli

C’è un’immagine di Guido Pigni che non scordo. Un soldato dell’ONU fuma la sua Marlboro mentre intorno trionfa la guerra: esplosioni giocattolo, rovine balcaniche, ferite, Ray-Ban alla penultima moda. Sotto un cielo giallo, in uno stile apparentemente semplice, apparentemente comico, c’è tutta la commedia umana di una tragedia indicibile.

Poi ci sono uomini e donne che guardano da finestre di palazzoni metropolitani, paesini siciliani, deserti marocchini, cactus, scooters guidati da bande di ragazzini, asini a dondolo. In un interno serale, “Mangiatori di patatine” sono la satira perfetta della famiglia italiana contemporanea, mentre un attonito personaggio di X-Files fissa la scena dal televisore acceso.

PIGPOETICA dicevo. Un pensare che si riveli attraverso il disegno, dove la tecnica, quale che sia, non diventi un fine ma rimanga il mezzo per trasmettere un’idea. Ne abbiamo parlato spesso, durante lunghe cene in terrazza sopra la Chinatown milanese, citando l’opera di Steinberg, Gnoli, Hockney, Matticchio, Hopper, Shahn, Spiegelman, riferimenti costanti per entrambi, interrotti solamente dal volo fastidioso delle zanzare.

Con la stessa attitudine “Pig” affronta l’incisione, senza indulgere nel virtuosismo, ma con l’urgenza del raccontare. Sembra però che in questo mondo in bianco e nero, a differenza dei colori vivaci delle tavole ad olio, acrilico o pastelli a matita, ci sia un po’ meno spazio per il sarcasmo verso il contemporaneo e la critica sociale, e un po’ di più per narrazioni, sogni e passaggi di stagione. Così i bulli dei luna-park vengono sostituiti da giocolieri in bilico, boschi dimenticati, silenziose passeggiate sulla neve, dove anche la PIGPOETICA può perdersi nella conversazione con un animale o all’inseguimento di un cappello spazzato via dalla bora.

 

18. Guardare da spettatore

Ascoltavo di recente in una trasmissione radiofonica la scrittrice inglese Zadie Smith raccontare di un suo saggio di “consigli per i giovani autori”, nel quale sosteneva che lo scrittore dovrebbe a un dato punto dimenticarsi di ciò che ha scritto e arrivare a mettere in un cassetto il suo romanzo incompleto fino a poterlo riprendere in mano e leggerlo con lo sguardo e la comprensione proprie del lettore anzichè dell’autore. Quindi in maniera del tutto distaccata dal proprio lavoro.

Questo è un metodo che in un ambito artistico differente veniva adottato anche da Tintoretto (se non ricordo male…), del quale si diceva che cominciasse i quadri per poi riporli dimenticati appoggiati a una parete dello studio. Trascorso un certo lasso di tempo, variabile da alcuni a molti mesi, riprendeva in mano i dipinti, guardandoli come se non gli appartenessero. E a questo punto li concludeva.

Personalmente ritengo che quando possibile questo sia un buon metodo, anche se non lo adotterei come prassi. Ci sono dei momenti in cui bisogna filare diritti alla conclusione, quando le soluzioni (o almeno ciò che ci sembrano esserlo) appaiono chiaramente. E’ vero però che altre volte si arriva ad una sorta di impasse da cui non si riesce ad uscire. In questo caso è meglio per tutti lasciar perdere, e passare ad altro. Considerando che non abbiamo committenti (se non noi stessi), che ci obblighino a rispettare tempi di consegna, sarebbe stupido non approfittare della condizione in cui ci troviamo.

Per me un lavoro abbandonato, e rivisto dopo settimane o mesi con occhi diversi, non rappresenta di diritto una nuova opportunità. Ma a volte, anzi spesso, questa opportunità c’è, e va colta. Capita così che ci si chieda perchè un lavoro sia stato lasciato indietro, che non era affatto un cattivo lavoro, mancava solo qualcosa per concluderlo in maniera soddisfacente. In altri casi si ha un punto di partenza per sviluppare qualcosa di nuovo e diverso. Ciò che era stato lasciato a metà o solo abbozzato ci suggerisce una soluzione non pensata prima, un cambio di direzione verso qualcosa di inaspettato anche per noi; o infine, terza ipotesi frequente, una conclusione nella stessa identica direzione pensata in precedenza, ma che allora non avevamo avuto il coraggio di portare avanti.

Sono anche un discreto fotografo. Non digitale, se non per le foto familiari delle vacanze. E qui ho sperimentato come le fotografie viste sviluppate settimane o mesi dopo essere state scattate si presentino sotto una luce nuova, a volte lontane dall’esperienza che ci aveva portato a scegliere di riprendere proprio quella scena. Le vediamo appunto un pò, anche se non completamente, da spettatori, quasi non le avessimo scattate noi. E’ una bella esperienza, e forse per questo non mi sono mai appassionato veramente alla fotografia digitale che ti porta a guardare e giudicare immediatamente quello che hai fatto un attimo prima (ho appena scoperto che esiste un termine per tutto ciò, “chimping” CHeck IMage Preview, che consiste nell’abitudine compulsiva di verificare la foto ottenuta immediatamente dopo averla scattata).

Mi chiedo però una cosa: è possibile che riguardando continuamente le cose con occhi nuovi, in diversi periodi e a secondo di nuove esperienze o semplicemente umori diversi, il nostro gusto/giudizio per quello che abbiamo fatto (mi limito al giudizio dell’autore nei confronti del proprio e non nei confronti del lavoro di altri) cambi più o meno radicalmente? In parole più semplici, che qualcosa che ci sembrava un buon lavoro, ci appaia irrisolto o risolto male o poco significativo e viceversa qualcosa che avevamo ignorato e buttato in fondo a un cassetto -magari per troppa severità nei nostri stessi confronti- ora ci sembra avere un senso?

Lasciando aperto il quesito (ma per me la risposta è un ovvio sì) e rimanendo sulla fotografia mi chiedo, per esempio, perchè nel 1994 quando ho selezionato e fatto stampare una ventina di foto in b/n dopo un viaggio in Nuova Zelanda, non abbia incluso questa, che oggi, in termini relativi al tipo di fotografia che mi piace e che mi piace fare, mi sembra tra le migliori.

17. Azuma

Una bella, piccola mostra estiva in quel di Craveggia, Valle Vigezzo. Kenjiro Azuma è uno scultore giapponese giunto a Milano negli anni ’50 per studiare a Brera con Marino Marini e da allora sempre rimasto in Italia. I suoi sono lavori semplici e complessi allo stesso tempo, una frase questa che può sembrare vaga e retorica ma il cui significato si può comprendere meglio guardando questo video,

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8a8bf26b-7b76-4179-845c-33b511fbe769.html

realizzato per la trasmissione televisiva Passepartout. Le parole e la storia personale di Azuma ci aiutano a comprendere e apprezzare il suo lavoro e confermano che non sempre alle opere può essere richiesto di “parlare da sole”, come vorrebbe qualcuno. Buona visione.

16. Disordine

Mi ero ripromesso di mettere in ordine lo studio entro la primavera. Che per la verità non è ancora finita, però non manca molto. Non è che il mio luogo di lavoro sia paragonabile per disordine a quello della foto qui sotto (lo studio di Francis Bacon).

Però sicuramente c’è  ancora troppa roba ed è disposta male. A mia discolpa posso affermare che occupo questo spazio solo dal Dicembre scorso e ancora devo, per così dire, prendere le misure (anche se questo potrebbe sembrare un alibi).

Devo anche dire che fino ad una certa soglia nel disordine lavoro bene, mi muovo a mio agio e trovo entro qualche minuto tutto quello che cerco. Oltre iniziano i problemi, troppe cose si accumulano una sopra l’altra e non si trova più quello che serve. Per esempio ho cercato per giorni due piccole lastre che avevo tagliato e che volevo destinare a delle acqueforti. Alla fine le ho ricomprate. Allo stesso modo è da stamattina che mi domando che fine abbia fatto la mia agendina con i numeri di telefono. Eppure sono sicuro di averla consultata solo ieri….

Alla fine penso che quella dell’ordine/disordine non sia una categoria così oggettiva ma piuttosto molto personale. La finalità per chiunque credo sia quella di lavorare bene, poi c’è chi lo fa meglio ascoltando musica e chi ha bisogno di silenzio; chi condivide tranquillamente il proprio spazio con altri e chiacchiera volentieri e chi ha bisogno di stare da solo per trovare la sua concentrazione. Allo stesso modo credo che ci sia chi si sente più a suo agio in un ambiente “disordinato” e chi necessita invece di un ambiente asettico, con poche cose sempre disposte allo stesso modo negli stessi posti (dove vengono riposte non appena finito di utilizzarle).

Nel frattempo, cambiando discorso, sono riuscito a fare una cornice e incorniciare un vecchio lavoro, di un paio d’anni fa. Un olio su tavola in bianco e nero, non male alla fine.

E’, per riallacciarmi al post precedente, una derivazione da un soggetto di un disegno a matite, forse di un anno prima, che si può vedere qui. Secondo me il dipinto ad olio è migliore.

A questo punto vado a fare un pò di ordine nello studio….

15. Rifacimenti

Mi piace, di tanto in tanto, riprendere un soggetto e riproporlo con variazioni sul tema. A volte capita che succeda perchè individuo un potenziale in un’altra tecnica, per esempio un lavoro che nasce per un dipinto su tela e poi si presta come soggetto per un’acquaforte o un disegno a matite colorate. Questo è capitato più volte, anche se di solito questa possibilità la riservo ai quei soggetti che hanno un’idea forte alla base. Come per “Bastardi (la solitudine della giraffa)” di cui esistono almeno 5 versioni (tra cui un acquarello che ho venduto tempo fa senza neanche averne tenuto una fotocopia).

Più volte ho anche realizzato, e questo capita quando la tecnica rimane la stessa, dei veri e propri rifacimenti, sempre di quei lavori particolarmente riusciti (quelli per intenderci che si vendono subito e che altri potenziali acquirenti in seguito ti domandano). Quindi può succedere, è successo, che abbia seguito questa pratica non per una questione di ricerca personale ma che mi sia trovato coinvolto in un lavoro di commissione per rifare qualcosa che avevo già fatto, per copiare me stesso in pratica.

Devo dire che non lo faccio più molto volentieri, a seguito anche di risultati poco soddisfacenti e di conseguente poca soddisfazione del committente. Non lo faccio volentieri anche perchè sono oltre dieci anni che in qualche modo cerco sempre di scappare dall’illustrazione, dal lavoro commissionato con tutti i suoi limiti derivanti dal dover venire incontro -come è giusto che sia- alle esigenze del “cliente”. Anche se questo “mestiere” mi ha sicuramente insegnato la disciplina e la perseveranza necessarie anche quando si è liberi un obiettivo di darselo da soli.

Quindi se continuerò di certi soggetti a produrre un nr.2 un nr.3 e magari oltre, credo sia importante che questa pratica avvenga senza una commissione da parte di qualcuno, perchè è chiaro che da parte di questo qualcuno ci saranno delle aspettative ad avere le stesse sensazioni provate davanti alla versione “originale” e questa aspettativa andrà quasi certamente delusa. Ma che al contrario abbia una sua ragione di essere nella pratica sperimentale, che è una parte sempre importante del lavoro. E’ sempre interessante una volta che un lavoro risulta in qualche modo riuscito pensare: come sarebbe tagliato così, quadrato anzichè rettangolare, potrebbe funzionare in un formato molto più grande, questo disegno a matite colorate avrebbe un senso come acquaforte in bianco e nero?

Ovvio che la risposta spesso è no e quindi si lascia stare. Ma personalmente sono spesso stimolato ad indagare sul potenziale di un’idea, di una composizione ecc., perchè sono abbastanza convinto che ciascuno di essi abbia come dire dei “canoni ideali”. Per esempio alcuni lavori, e non parlo solo dei miei, sono molto belli in piccoli formati e non li immagini proprio in grande, altri al contrario hanno bisogno di più spazio per essere esaltati. Allo stesso tempo un disegno trasformato in un dipinto non sempre funziona. Il problema è che per sapere queste cose bisogna farle e non sempre lavorare a vuoto è possibile….

Tuttavia recentemente si è presentata una committente particolare alla quale non ho potuto dire di no, e cioè mia figlia di 10 anni. A Beatrice era molto piaciuto “Passeggiata con cane nella neve”, che aveva visto all’inaugurazione della mia mostra (in contemporanea con quella di Franco Matticchio) alla galleria dell’Incisione di Brescia, nel gennaio 2008. Ho quindi realizzato una passeggiata nr.2 con alcune variazioni sul tema, a cominciare dal formato, più piccolo e rettangolare e non più quadrato, ma soprattutto modificando il racconto pur all’interno dello stesso schema e situazione. Questo qua sotto è il risultato, che potete vedere meglio qui, e paragonarlo alla versione originale.

Beatrice è stata molto contenta del risultato. Io, non so. So però che sono stato contento di farlo vista la committenza del tutto speciale. Il problema è che adesso l’altro, il più piccolo, vuole un dipinto di un dinosauro…..

14. Lavorare tutti, lavorare gratis

Nei giorni scorsi sono stato contattato da Emergency per un disegno da utilizzare per una loro campagna stampa per il 5×1000 (la percentuale che il contribuente può scegliere di destinare ad un ente no profit).

Ancora una volta si è presentato il problema di se, come, e a chi dare il proprio lavoro gratuitamente. Senza entrare nel merito dell’incarico in questione, dico solo che ho chiesto di essere pagato (ovviamente molto poco) e con piacere dico che sono stato accontentato.

Ne approfitto per fare una cosa che avrei voluto fare da tempo, cioè dedicare un post alla questione del “volontariato artistico”. Ne discutevo con qualcuno recentemente perchè la questione sta coinvolgendo sempre più autori, siano essi fotografi, illustratori o creativi vari, perfino architetti. Dunque perchè si dovrebbe prestare la propria opera e il proprio tempo a favore di qualcun altro (e perchè no)?

Parlo della mia esperienza di vent’anni e naturalmente ognuno si comporta come meglio crede, ognuno fa i suoi conti anche se i conti per essere corretti andrebbero sempre fatti con l’oste, cioè con tutti gli altri che in qualche modo si danneggia creando nella committenza la convinzione che un lavoro in un modo o nell’altro si riuscirà ad averlo pagando poco o nulla.

Per un illustratore, artista o creativo che dir si voglia, ci sono tre categorie dalle quali si possono ricevere richieste di “prestazione d’opera” più o meno gratuita:

1) Amici e parenti. Tipo quello che ha bisogno di un piccolo logo per la sua nuova attività (non importa che non sei un graphic designer, è tutto la stessa cosa), “tanto non è che ci metti molto”. Quelli che “poi ti faccio un regalo”. Per fortuna sono sempre riuscito a tenermi più o meno alla larga da queste richieste.

2) Associazioni umanitarie o enti no profit. Qui si tratta di valutare ogni singolo caso e situazione, e infatti di collaborazioni gratuite ne ho fatte. Però, come la cronaca recente ci ricorda, le catastrofi e le emergenze umanitarie, o anche solo le situazioni permanenti di tante parti del mondo, sono per molti occasione non solo di lavoro ma di grandi profitti legati a speculazioni quando non a vere e proprie truffe. Insomma ci sono singoli e aziende (legate ai giri politici giusti) per cui guerre, terremoti, carestie ecc. sono una vera manna. Senza contare le carriere che si inseguono nelle ONG, con dirigenti che hanno stipendi vicini a quelli di manager aziendali. Sto chiaramente facendo un discorso molto generico, non conoscendo le varie situazioni nè da vicino nè tantomeno singolarmente, ma non credo che la realtà sia molto distante in alcuni o molti casi. Il dolore fa da sempre girare il denaro, che non necessariamente finisce nelle tasche di coloro dei quali dovrebbe finire.

Ma anche lasciando stare truffe e speculazioni, anche quando le cose sono fatte per bene c’è sempre un sacco di roba che viene pagata. Gli stipendi li devi pagare, gli affitti, i computer e le scrivanie, la benzina che metti nelle macchine e le macchine in cui metti la benzina…Poi un giorno devi stampare del materiale che ti serve ad attrarre soci e donatori. Ovviamente vuoi spendere il meno possibile e giustamente sarebbe bello se tutti dessero il loro contributo gratuitamente, per esempio la tipografia, i quotidiani che ospitano le pagine pubblicitarie, le poste che inviano le lettere. Tutti senza chiedere un euro in cambio. Purtroppo non funziona così e neanche ci si aspetta che funzioni così. A parte per il disegnatore o il fotografo, che non verranno pagati ma avranno il credit e sicuramente si faranno una bella pubblicità.

3) Editori. Qui non si tratta di lavorare propriamente gratis ma quasi. Chi illustra libri per bambini lo sa, si viene pagati poco. Ma come si fa ad accettare di fare un libro intero per 500 o 1000 euro (tasse escluse)? Quello che ti viene di solito risposto quando obietti a queste offerte è che se si pagasse di più il libro non lo si farebbe proprio. Ma, di nuovo, un discorso del genere sono capaci di farlo al tipografo che gli stampa i libri, a chi gli affitta i locali, a chi gli vende i computer? Per cui i soldi di solito ci sono per tutto ciò che non si può fare a meno di pagare tranne che per il lavoro dell’illustratore, perchè è meno quantificabile e può includere la soddisfazione personale o un ipotetico ritorno futuro come contropartita.

Non che io non abbia mai accettato il do ut des. Per esempio ho fornito di tanto in tanto delle copertine per le varie riviste di Goffredo Fofi, da Linea d’Ombra a Lo Straniero. Ma in questo caso le cose hanno funzionato in modo corretto: sai che sono delle riviste che vendono pochissime copie, fatte solo con il lavoro di volontari; che comunque potevi disegnare quello che volevi in massima libertà (ancora oggi le copertine per Linea D’ombra le considero tra i lavori più personali che abbia fatto). E poi non è che le facevano fare a tutti: essere in compagnia di Matticchio, Pericoli, Mattotti, Toccafondo, Tadini e molti altri notevoli artisti per me era solo un privilegio.

Come già accennato una delle cose che ti senti ripetere, non a caso ma come strategia di convincimento, quando vogliono farti lavorare gratis è, “ma così ti farai conoscere”. Questa frase è quella che di solito mi fa incazzare più di ogni altra cosa. Perchè non è così quasi mai, anzi quello che verrà dopo vorrà lo stesso trattamento e ti dirà la stessa cosa. E sarai pronto per la prossima collaborazione malpagata o gratuita.

Lo scrittore Nelson Algren, sempre al verde,  in un’intervista si lamentava del fatto che, a differenza di alcuni colleghi, non era stato in grado di attaccarsi addosso da subito un cartellino con un prezzo elevato, e che da allora la sua situazione era senza speranza perchè “una volta che avrai appiccicato addosso un prezzo basso il tuo prezzo sarà sempre quello”.

Non diversamente accettando sempre di lavorare gratis o per poco, magari ringraziando per il “privilegio”, la volta che si verrà pagati qualcosa che si avvicina a un compenso adeguato ci si sentirà come se si stesse guadagnando un sacco di soldi. E  quasi si avrà un senso di colpa a chiedere cifre normali che ci sembreranno spropositate a causa dell’abitudine. Io quando raramente mi trovo a dover chiedere un compenso che temo verrà considerato esagerato, penso all’idraulico che ti ha chiesto 200 euro per un’ora di lavoro o agli stipendi di manager o politici inetti, e ogni remora scompare.

Questo tipo, nel video qua sotto, dice cose che avrei potuto dire io pari pari. Purtroppo è in inglese senza sottotitoli, quindi per chi si ostina a ignorare la lingua di Shakespeare aggiungo un altro video di riparazione, con una canzoncina di Joe Pesci nella versione italiana.

13. Fans e fans

Quando nel Novembre scorso lanciai il progetto sperimentale “Guido Pigni ha 100 Veri Fans?” ignoravo (nella mia ignoranza, appunto..) che esistesse questa cosa delle Pagine di Facebook, dove si collezionassero cosiddetti “Fans”.

Quando poi qualcuno mi ha suggerito ed esortato a trasferire il progetto sul Libro delle Facce, la prima cosa a cui ho pensato è stata la possibile confusione tra i Fans del mio progetto e i Fans della pagina Facebook. Mi preme quindi fare una precisazione, forse inutile, dal momento che chi frequenta il social network in questione sa benissimo come funzionano le cose.

La precisazione è questa: non vorrei che qualcuno, pur trovando interessante quello che propongo, non diventerà “Fan” pensando che questo in seguito comporterà richieste da parte mia di adesione al progetto originale (cioe: esortazione all’acquisto di stampe).

E’ ovvio che la pagina di Facebook è stata creata con l’intento di allargare il giro portando molte più persone a conoscenza di questo mio esperimento e del mio lavoro in generale (per inciso parte dei fans che finora si sono registrati sulla pagina sono gli stessi che in precedenza avevano aderito alla mia iniziativa comprando una o più acqueforti).

Però la cosa si ferma qui, all’aspetto divulgativo. Non c’è, nè ci sarebbe credo la possibilità tecnica, di legare le due “fansitudini”. Se questo avverrà sarà perchè qualche fan della pagina avrà liberamente deciso di andare oltre (qualcuno lo ha già fatto) e  la cosa naturalmente non potrà che farmi piacere…

Questo è probabilmente il post più inutile tra quelli finora scritti….

12. Anch’io su Facebook

Dunque, come scrivevo sul post precedente, mi sono lasciato convincere, e ho aperto una pagina su facebook relativa al progetto “100 veri fans”

http://www.facebook.com/pages/Guido-Pigni/298515442005

Vediamo come butta…..

Nel frattempo 2 nuovi Veri Fans: Cristina Ferretti e Maurizio Zani.

11. Guido Pigni “Fans Club”. Com’è andata a finire.

Poichè alcuni tra coloro che hanno entusiasticamente risposto all’iniziativa (vedi post nr 5)  me lo hanno domandato…. Com’è andata a finire?

Rispondo subito: dal mio punto di vista molto bene, nel senso che non posso che essere soddisfatto. Circa 30 persone hanno aderito e acquistato una o più (alcuni molte più) acqueforti.  Tante o poche? da una parte direi tante, dall’altra poche. Poi vedremo il perchè.

Il messaggio da far passare era all’apparenza piuttosto semplice, anche se in realtà conteneva delle insidie, perchè comunque stavo chiedendo dei soldi, anche se in quantità modesta rispetto alla contropartita. Poichè alla fine quelli a cui mi sono rivolto sono state tutte persone che in qualche modo conoscevo personalmente, non ho potuto fare a meno di fare delle riflessioni sul tipo di “feedback” ricevuti.

Una cosa che già sapevo, e che mi è stata confermata, è che quasi sempre chi parla non fa, e viceversa. Ho ricevuto pronte adesioni da chi non sentivo o vedevo da anni (o da chi non ho mai conosciuto di persona) e nessun cenno da chi mi aspettavo di sentire. La cosa più buffa però è stato ricevere un paio di risposte del tipo “grande idea, meriti 1000 fans non 100, sarà un grande successo ecc ecc”, senza che a queste parole seguisse alcun gesto concreto. Dunque senza comprendere il fatto che la sola adesione teorica in questo caso non aveva molto senso, anzi era quasi una contraddizione.

Ora che ho detto come è andata a finire devo precisare che in realtà non è ancora finita. Sì, lo so che il senso di un esperimento del genere risiede molto nella sua temporalità, dopodichè torna tutto come prima, e chi vuole acquistare una mia acquaforte sborsa i regolari 80-100 o più euro, come d’altronde molti hanno fatto prima e continuato a fare.

Ma ho valutato in queste settimane alcune cose, anche venute fuori da suggerimenti e scambi di opinione con i miei nuovi “Fans”. Tra cui che il tempo necessario perchè un’iniziativa del genere trovi un minimo di propagazione non può limitarsi a soli due mesi o tre mesi. Quindi:

1) per cominciare ho prorogato la cosa fino alla fine di febbraio

2) ho messo giù una versione inglese del progetto, tanto per cercare di allargare le possibilità fuori dai confini della patria. Dove racconto un pò come è nata la cosa e che riscontro ha avuto in Italia finora, e che il progetto andrà avanti fino al raggiungimento del centesimo fan. Quindi in pratica stabilendo una nuova scadenza sine die, che a questo punto non è più neanche il 28 febbraio…(sembra complicato ma non lo è)

3) dicevo prima che da una parte 30 fans mi sembrano un buon numero, e quasi mi commuove che tante persone abbiano fatto una scelta non credo principalmente per il bisogno impellente di possedere delle mie acqueforti ma piuttosto per un’adesione filosofica a qualcosa che hanno deciso di condividere nei suoi principi.

Dall’altra parte invece penso che sia tutto sommato un risultato piuttosto esiguo. Che, partendo da circa 50-60 mail inizialmente spedite ai miei contatti personali, non ci sia stata alla fine quasi nessun tipo di ramificazione verso altri possibili fans. Quindi ne ho dedotto che questo tipo di ricerca, basata sul rivolgersi a ciascuno personalmente con una mail, abbia per forza di cose delle potenzialità limitate.

Mi sono lasciato dunque convincere ad aprire una pagina di Facebook dedicata a questo progetto, cosa che farò a breve. Sono molto curioso di scoprire a cosa potrà portare….

4) ho deciso per un’altra piccola iniziativa collaterale… Una volta raggiunto il cinquantesimo Fan (se questo avverrà) indirò una lotteria con un primo e unico premio. Uno tra i cinquanta sarà il fortunato vincitore e si vedrà recapitare una copia di questa acquaforte (attualmente in vendita sul sito a € 120)

Per ora un grazie ai miei Fans attuali, tanti o pochi che siano. Che mi pare giusto qui di seguito nominare (in rigoroso ordine alfabetico):

Anna Toppino, Torino

Antonella Gandini, Mantova

Alessandra Pigni, Oxford (UK)

Chiara Piaggio, Aosta

Christian Migliorati, Lodi

Diego Bironzo, Oxford (UK)

Elena Pozzani, Travagliato (Bs)

Elena Radovix, Torino

Francesco Cusumano, Barcellona (E)

Francesco Panìco, Torino

Gianfranco Marino, Milano

Gian Piero De Bellis, St.Imier (CH)

Giuliana Dello Preite, Brescia

Laura Galli, Brescia

Manuele Malagola, Milano

Massimo Bicciato, Milano

Nicola Campogrande, Roma

Oreste Zevola, Napoli

Paola Pacetti, Roma

Pierpaolo Damele, Iglesias (Ca)

Rita Morasca, Lodi

Roberto Gonzini, Brescia

Samira Deab, Monza

Sabina Tavecchia, Rho (Mi)

Silvia Salvia Parisini, Milano

Stefano Antonelli, Milano

Tiziana Gunetti, Milano

Sperando di non aver dimenticato nessuno….ne mancano in verità alcuni che hanno ricevuto le stampe per tramite di altri fans e dei quali sto cercando di rintracciare i nominativi.

Un’ultima statistica che forse potrà interessare come dato di curiosità. Le stampe più vendute sono state nell’ordine:

1) il giocoliere

2) la fatica dell’artista

3) birds

4) la passeggiata

5) ragazza con braccia nascoste

6) l’albero nudo

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