18. Guardare da spettatore

Ascoltavo di recente in una trasmissione radiofonica la scrittrice inglese Zadie Smith raccontare di un suo saggio di “consigli per i giovani autori”, nel quale sosteneva che lo scrittore dovrebbe a un dato punto dimenticarsi di ciò che ha scritto e arrivare a mettere in un cassetto il suo romanzo incompleto fino a poterlo riprendere in mano e leggerlo con lo sguardo e la comprensione proprie del lettore anzichè dell’autore. Quindi in maniera del tutto distaccata dal proprio lavoro.

Questo è un metodo che in un ambito artistico differente veniva adottato anche da Tintoretto (se non ricordo male…), del quale si diceva che cominciasse i quadri per poi riporli dimenticati appoggiati a una parete dello studio. Trascorso un certo lasso di tempo, variabile da alcuni a molti mesi, riprendeva in mano i dipinti, guardandoli come se non gli appartenessero. E a questo punto li concludeva.

Personalmente ritengo che quando possibile questo sia un buon metodo, anche se non lo adotterei come prassi. Ci sono dei momenti in cui bisogna filare diritti alla conclusione, quando le soluzioni (o almeno ciò che ci sembrano esserlo) appaiono chiaramente. E’ vero però che altre volte si arriva ad una sorta di impasse da cui non si riesce ad uscire. In questo caso è meglio per tutti lasciar perdere, e passare ad altro. Considerando che non abbiamo committenti (se non noi stessi), che ci obblighino a rispettare tempi di consegna, sarebbe stupido non approfittare della condizione in cui ci troviamo.

Per me un lavoro abbandonato, e rivisto dopo settimane o mesi con occhi diversi, non rappresenta di diritto una nuova opportunità. Ma a volte, anzi spesso, questa opportunità c’è, e va colta. Capita così che ci si chieda perchè un lavoro sia stato lasciato indietro, che non era affatto un cattivo lavoro, mancava solo qualcosa per concluderlo in maniera soddisfacente. In altri casi si ha un punto di partenza per sviluppare qualcosa di nuovo e diverso. Ciò che era stato lasciato a metà o solo abbozzato ci suggerisce una soluzione non pensata prima, un cambio di direzione verso qualcosa di inaspettato anche per noi; o infine, terza ipotesi frequente, una conclusione nella stessa identica direzione pensata in precedenza, ma che allora non avevamo avuto il coraggio di portare avanti.

Sono anche un discreto fotografo. Non digitale, se non per le foto familiari delle vacanze. E qui ho sperimentato come le fotografie viste sviluppate settimane o mesi dopo essere state scattate si presentino sotto una luce nuova, a volte lontane dall’esperienza che ci aveva portato a scegliere di riprendere proprio quella scena. Le vediamo appunto un pò, anche se non completamente, da spettatori, quasi non le avessimo scattate noi. E’ una bella esperienza, e forse per questo non mi sono mai appassionato veramente alla fotografia digitale che ti porta a guardare e giudicare immediatamente quello che hai fatto un attimo prima (ho appena scoperto che esiste un termine per tutto ciò, “chimping” CHeck IMage Preview, che consiste nell’abitudine compulsiva di verificare la foto ottenuta immediatamente dopo averla scattata).

Mi chiedo però una cosa: è possibile che riguardando continuamente le cose con occhi nuovi, in diversi periodi e a secondo di nuove esperienze o semplicemente umori diversi, il nostro gusto/giudizio per quello che abbiamo fatto (mi limito al giudizio dell’autore nei confronti del proprio e non nei confronti del lavoro di altri) cambi più o meno radicalmente? In parole più semplici, che qualcosa che ci sembrava un buon lavoro, ci appaia irrisolto o risolto male o poco significativo e viceversa qualcosa che avevamo ignorato e buttato in fondo a un cassetto -magari per troppa severità nei nostri stessi confronti- ora ci sembra avere un senso?

Lasciando aperto il quesito (ma per me la risposta è un ovvio sì) e rimanendo sulla fotografia mi chiedo, per esempio, perchè nel 1994 quando ho selezionato e fatto stampare una ventina di foto in b/n dopo un viaggio in Nuova Zelanda, non abbia incluso questa, che oggi, in termini relativi al tipo di fotografia che mi piace e che mi piace fare, mi sembra tra le migliori.

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