20. PigPrints

Nei periodi di difficoltà, quando le cose vanno male -e oggi le cose vanno male un pò ovunque e malissimo in Italia- si tende a chiudersi in se stessi, ad occuparsi solo dei propri affari, vivendo nel costante timore che quel poco che si ha ci venga sottratto. E’ in questi tempi che ci si preoccupa, nell’illusione di star meglio, unicamente del proprio benessere, e si percepisce ogni opportunità come l’ultima spiaggia per uscire dall’anonimato. Si ha appunto un atteggiamento opportunistico, nei confronti del lavoro, delle relazioni sociali, del quotidiano in generale. Questo quando invece servirebbe fare cose insieme, stimolarsi a vicenda e unire le forze in progetti dei quali dovremmo essere noi stessi a decidere il valore, in primis in base al grado di soddisfazione e di libertà che ne traiamo, al piacere di lavorare con altri e godere di quel qualcosa di bello che ne deriva, al sentirci fedeli a noi stessi ecc. Oltre, ma non principalmente, che in base al responso del pubblico al quale ci rivolgiamo. Esattamente in controtendenza con quanto avviene oggi dove senza la benedizione e l’approvazione “dall’alto” non sembra esserci la possibilità di esistere.

Nel 2001-2002, non mi pare che i tempi fossero tanto migliori rispetto ad oggi, agli albori del web per tutti, mi inventai un progetto chiamato Fatpencil. Era un sito web che raccoglieva un gruppo di disegnatori con l’obiettivo principale di vendere i propri disegni originali su internet, ma anche di discutere attraverso un forum, presentare interviste ecc. Insomma di contribuire a far uscire la professione dell’illustratore da una situazione -nella quale mi pare si trovi ancora oggi- di scarso riconoscimento sociale ed economico, per dargli una dignità pari ad altre discipline, come il design, l’architettura, le arti “serie”, dove esiste un dibattito teorico intorno allle problematiche di una data disciplina in relazione al mondo contemporaneo.

I tempi forse non erano maturi, non si parlava ancora, almeno in Italia, di blog, dimensione che avrebbe aiutato molto, e la cosa non andò tanto bene, tra l’indifferenza di molti e i fraintendimenti tra i pochi che qualcosa facevano. L’idea di una “comunità aperta” probabilmente era utopistica. Negli anni seguenti, deluso dall’esperienza, avevo deciso di limitarmi ad essere un “one man band”, di lavorare su cose e progetti che avrebbero -eventualmente- beneficiato solo me stesso, e soprattutto di non dedicare il mio poco tempo e  know-how a vantaggio di altri senza avere niente in cambio.

Tuttavia in questi anni un pò di brace ha sempre continuato a covare sotto la cenere e non mi sono rassegnato all’idea che ognuno debba fare solamente per sè, che i ruoli debbano rimanere distinti e che i colleghi debbano considerarsi solo come dei concorrenti.

Lo scorso anno a seguito della lettura di un articolo pubblicato su Internazionale, avevo lanciato un’iniziativa chiamata “Guido Pigni ha 100 veri fans?”. Non sto a riassumerla, si può andare a vedere il post nr 5 di questo blog per sapere tutto. Fatto sta che ero di nuovo dentro a una filosofia di pensiero alla quale credo da sempre e cioè che se puoi coltivare e vendere direttamente i tuoi pomodori (o patate o zucchine, come si preferisce) a qualcuno che ti conosce e sa come sono coltivati alla fine è meglio per tutti, tanto in termini di soddisfazione quanto economici. L’iniziativa ha avuto un discreto riscontro, non stupefacente ma nemmeno irrisorio -entrambe erano possibilità, una auspicata l’altra temuta- e questo mi ha dato la fiducia per credere in un rilancio dell’idea.

Ho dunque valutato che valesse la pena di provare a creare delle edizioni di grafica coinvolgendo altri artisti, dando loro la possibilità di mettersi in gioco in qualcosa di diverso, soprattutto per chi frequenta gli asfittici territori dell’illustrazione, e di venire pagati per questo. Su questo ultimo punto, l’importanza di essere ricompensati per quello che si fa (e il “dovere” di farlo da parte del committente), tornerò in chiusura di questo post.

Ho dunque contattato Franco Matticchio, che secondo me è il miglior disegnatore in Italia (e se mi chiedete un nome che stia al suo pari, anche non in Italia, non me ne vengono in mente) e gli ho chiesto se voleva partecipare al progetto. Gli ho quindi mandato, nel luglio scorso, due piccole lastre di zinco preparate per l’acquaforte. Dopo un paio di settimane Franco mi ha riportato le lastre incise con due disegni, diversi tra loro ma entrambi molto belli. Devo dire che al momento di mettere le lastre in acido ero un pò preoccupato, avendo fino ad allora lavorato sempre e solo a cose mie personali…..ma alla fine tutto è andato bene e tra agosto e settembre ho stampato 99 copie per ciascuna lastra: le prime due pigprints.

A questo punto, per non riscrivere tutto, per chi volesse sapere del progetto in concreto rimando al documento che ho inoltrato nei giorni scorsi: http://www.guidopigni.com/media/downloads/pigprints.pdf

Tornando a ciò che sta dietro a questa iniziativa, qualche settimana fa su Casamica del Corriere della Sera, uno di quei contenitori di pubblicità allegati ai quotidiani, leggevo un articolo a firma Luigi Cecchetto dal titolo “Il design illuminato. Imprenditori di se stessi per tornare a produrre oltre che consumare” dove si diceva tra l’altro:

Tutti possiamo essere mecenati. Il mercato e la rete globale ci mettono nella condizione di scegliere i prodotti in base alla loro valenza artistica, etica, culturale, sociale. Da tempo con le nostre scelte incoraggiamo i piccoli agricoltori e i produttori di alimenti sani, legati a un territorio, così come gli editori indipendenti di musiche e libri.

Oggi è più facile scegliere anche prodotti per la casa e oggetti di design, costruiti e venduti dallo stesso progettista che li ha ideati. Da persona a persona, senza scorte e senza scarti, con la qualità dell’industria ma con l’anima dell’identità locale, dell’unicità o dell’imperfezione manuale. Compri un mobile o una lampada e sai il nome e il cognome di chi lo ha fatto, di chi te lo vende e di quell’essere umano apprezzi la fatica, il talento, l’originalità, la tenacia e sei contento di aiutare lui e il suo gruppo di lavoro.

Nell’articolo in questione si parla di designer, ancora pochi, che preferiscono progettare, far realizzare e vendere direttamente e col proprio nome anzichè investire faticose energie per convincere un marchio grande o piccolo a produrre un oggetto, un mobile o una poltrona. Ma questo discorso ovviamente si può applicare a molti altri campi della ricerca e della produzione, in special modo a quelli legati ad esperienze creative. Non per niente mi sono sentito, e con piacere, come se l’articolista avesse usato parole che avrei potuto dire io stesso.

Devo dire che ogni volta che vengo a conoscenza di queste esperienze ne sono molto felice. Sento di non essere l’unico, non solo che la vede e la pensa così, ma che crede che i tempi siano maturi perchè questo modo di proporsi si possa diffondere a macchia d’olio. Non voglio dire con questo che nel “mainstream” non ci sia del buono: lavorare con produttori, editori, galleristi che conoscono il loro mestiere ha sicuramente dei vantaggi, pensiamo solo al problema di distribuire qualcosa una volta creato. Una cosa per me importante, e che cerco sempre di ribadire, è che non credo si debba lavorare contro un sistema dominante. Questa di solito è una posizione di quei rancorosi particolarmente radicali nella loro critica verso il “sistema”….fino al momento in cui non vengono accolti a farne parte. Credo invece che si debba agire e lavorare a prescindere da questo o quel sistema, quindi non pensando che o ne fai parte o non ci sono possibilità alternative, ma semplicemente andando avanti con quel che ci pare cosa buona e giusta relativamente alle nostre scelte e ai nostri desideri, alle nostre volontà e al nostro impegno. Ora se nelle arti più o meno applicate si è arrivati al punto di dire “preferisco far da solo” è perchè, soppesando tutti i pro e i contro, i pro nel far da sè superano di gran lunga i contro. Anche a livello economico.

E qui tocco un’ultima questione, quella del ritorno economico di quello che si fa. In Italia manca una vera e propria industria culturale indipendente. A differenza di altri paesi dove se, per volontà o altro, si lavora con piccole realtà non mainstream, ci si trova comunque in un sistema organizzato che “fa sul serio”.  In Italia al contrario queste realtà o non esistono o faticano ad emergere. Per diversi motivi (che sarebbe troppo lungo affrontare qui) si fa sempre un pò tutto tra amici e ci si vergogna quasi a chiedere di essere pagati perchè il piccolo editore, la casa discografica indipendente ecc. non rientreranno mai dei costi sostenuti, quindi la forma di pagamento principale rimane tutto sempre un pò un do ut des. E questo non va bene perchè l’artista dovrebbe poter campare del proprio lavoro con un’alternativa oltre a quella di essere tra i pochi che per bravura, fortuna o altri fattori meno nobili riescono a salire sulla nave e a partecipare al banchetto.

Io, quando ho pensato alle Pigprints ho messo in chiaro, per prima cosa con me stesso, che chiunque si fosse prestato a dare il suo contributo artistico per le  mie edizioni sarebbe stato pagato, a costo di perderci io. Per il futuro spero di riuscire a dare un anticipo a coloro ai quali chiederò di creare una Pigprint. Per male che vada, questo lo sto già sperimentando, i “miei” artisti con il lavoro di un disegno introietteranno più di quello che un editore (soprattutto quelli cosìdetti “indipendenti”) sarà disposto a pagarlo per illustrare un libro intero. Può sembrare incredibile ma è così. E allora, se così è, viene veramente da pensare che c’è qualcosa di sbagliato nel sistema economico attuale e che insistere nel perseguirlo non porti benefici a nessuno.

E’ chiaro che perchè questo discorso vada nel concreto da qualche parte il contributo dei “Fans”, a partire (ma senza fermarsi lì…) da un’adesione “filosofica”, è fondamentale. Non ricordo nei supermercati di quale paese anglosassone i prodotti locali portavano un’etichetta con scritto qualcosa tipo “buy local and keep your country at work”. Parafrasando questo messaggio potrei dire “buy a Pigprint and keep an artist at work”.

Franco Matticchio- "Lady Jane e l'elefante", acquaforte

 

1 Risposta a “20. PigPrints”


  1. 1 alinasenzafrontiere 16/11/2010 alle 2:53 pm

    In attesa delle mie Pigprints mi piace conoscere lo spirito dell’iniziativa il che me la fa apprezzare ancora di più. La tendenza oggi è sempre più quella di coltivarsi il proprio orticello – a questo proposito consiglio l’ultimo film di Mike Leigh, Another Year in cui l’orto ha secondo me un grande valore simbolico – e di chiudersi agli altri. Trovo inoltre molto bello che chi è coinvolto nel progetto venga pagato, il pauperismo di chi non ha mai una lira per gli altri ma sempre per sè rientra in quella forma di ‘coltivazione del proprio orticello’ che è soffocante. Infine mi piace l’idea di non lavorare contro un sistema dominante ma a prescindere o in parallelo. Good luck!

    Alina


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